The Stooges – The Stooges

Autore: The Stooges        
Titolo Album:
The Stooges
Anno:
1969
Casa Discografica:
Elektra
Genere Musicale:
Punk Rock


 

La produzione artistica degli Stooges è davvero limitata se si guardano soltanto i numeri, tanto cari all’industria discografica. Solo 4 album tra il 1969 e il 1976, 5 contando l’ultimo dopo la reunion nel 2007. Pochi ma buoni: se si va oltre, se si ascolta anche solo uno dei loro pezzi, non si può che rimanerne folgorati.
The Stooges è il debutto ufficiale della omonima band e con le sue 35.000 copie non è certo da considerare un successo, dal punto di vista commerciale. Poco importa, in quanto questo lavoro pone ufficialmente le basi per la nascita di moltissimi generi musicali: non solo il punk, di cui gli Stooges sono le vere radici. Ma anche il metal, il garage, il glam, il noise… Insomma, tutto parte da questi tipi “poco raccomandabili” che fagocitano il grigiore industriale freddo di Detroit e te lo sputano in faccia senza troppi complimenti.

Il sound è graffiante, incisivo, potenza pura. Non ha nulla a che vedere con niente di contemporaneo, anzi se ne distacca in maniera netta, diventando una realtà a sè stante. Questo disco è da molti considerato il capolavoro della band: violenza allo stato puro mischiata ad oscenità, droga, sesso perverso. E’ chitarra malata, voce rabbiosa e bestiale, basso cattivo, rock brutale e realismo: nel decennio dell’uscita di The Stooges, nasce la corrente più tardi definita come proto-punk.
Con la copertina dell’album in stile molto doorsiano, la Elektra vorrebbe avvicinare la band agli illustri colleghi. Ma ovviamente loro non si faranno mai borghesizzare, i loro sguardi incazzati fanno presagire che qualsiasi tentativo di arginare il fenomeno risulterà assolutamente inutile. Quel carisma intellettuale è svanito per lasciare il posto a volgarità, sodomia ed iconografia nazista.
Iggy & Co. vogliono far morire tutte le speranze e dare un calcio in culo agli hippies, non vogliono nessuna redenzione perchè sono peccatori nati e felici di esserlo. Il loro primo album viene registrato in soli cinque giorni, sotto la guida esperta di John Cale (membro fondatore dei Velvet Underground, di cui fece parte fino al ‘68) e viene seguito da alcune date in cui Iggy dimostra realmente ciò di cui è capace, con esibizioni ai limiti dell’arresto: il pubblico impazzisce letteralmente per lui.
Probabilmente al loro ingaggio, nessuno avrebbe immaginato che questi teppisti del Michigan, troppo sfasciati e ribelli per resistere, avrebbero fatto storia. Hanno ben poca voglia di dimostrare qualcosa al di fuori del loro malessere e vogliono provocare solo per il gusto di farlo, punto. Niente sogni di gloria.
Invece anche al giorno d’oggi, passati ormai oltre 4 decenni, le nuove generazioni trovano ispirazione profonda nella figura di Iggy Pop, considerata a pieno titolo una delle poche vere rockstar ancora in vita e in attività. Probabilmente in maniera del tutto inconsapevole per giunta, in quanto pur avendo 64 anni, dopo un periodo di eccessi con l’eroina che lo portò a toccare davvero il fondo, la vecchia iguana Iggy è forse l’unico a non esser mai diventato la caricatura di sè stesso, neanche dopo la morte di Ron Asheton nel 2009; è il solo a non aver mai perso, nel corso degli anni, la sua genuinità (pur tralasciando alcune piccole cadute di stile che, se paragonate al resto della sua vita, non lasciano comunque alcuna ombra – tipo quando fu testimonial di Versace…)
Ma torniamo a The Stooges: già dalla prima traccia i nostri mettono in chiaro che non c’è nulla da fare, in 1969 le speranze della loro generazione non li sfiorano, perchè tutto è noia, si può solo ballare al ritmo ossessivo del rock’n’roll: “Beh è il 1969 ok negli USA/ E’ un altro anno per me e te/Un altro anno senza niente da fare” ; sembra essere stato concepito come un trascinante inno volto a sovvertire, a colpire il sistema da dentro con riff rabbiosi e vertiginosi. Poi ecco giungere I Wanna Be Your Dog con la sua carnalità irrefrenabile, con la sua indecenza che celebra la filosofia Stooges, fortemente dannosa per l’epoca e fottutamente innovativa: “Adesso sono pronto/ A chiudere gli occhi/ E adesso sono pronto/ A spegnere il cervello/ E adesso sono pronto/ A sentire la tua mano/ E perdere il mio cuore/ Sulle sabbie ardenti”.
We Will Fall è il brano più psichedelico, che non a caso vede la partecipazione di John Cale alla viola, il quale tenta invano di portare la band verso un suono più velvettiano. Infatti risulta quello più sperimentale, come una lenta e chiara frenata prima di No Fun, il più punk, quello che più di tutti celebra il nulla, il non senso, l’annullamento della coscienza umana, una vera visione anarchica della realtà che diverrà negli anni ideologia.
Segue Real Cool Time sempre sulla stessa onda cinica fine a sè stessa, poi la bellissima Ann che giunge inaspettata, dove Iggy si trascina dapprima in modo lento, cupo e morboso; poi esplode lasciando il posto al riff delirante e vorticoso. E’ molto di più di una canzone d’amore, è qualcosa di più corrotto e sporco, il cui tema è ripreso in Little Doll che assieme a Not Right porta l’adrenalina in circolo per poi lasciarci così, senza fiato, desiderosi di un’altra dose di cattiveria, di colpi bassi tesi a lasciare il segno nell’anima.
Il progresso è sempre stato qui, tra queste poche preziose tracce di puro estro, imprigionato in un disco che bisogna ascoltare prima di cercare di capire. Un suono che oggi, tra tanto (forse troppo) rumore, resta ancora l’emblema della vera ribellione, l’archetipo di quasi tutto quello che è seguito.

 

(Articolo presente anche alseguente indirizzo: http://www.rockgarage.it/?p=728)


(Pictures by lh4.com, punk 77.com)

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