Jeff Buckley – Grace

Autore: Jeff Buckley
Titolo Album:
Grace
Anno:
1994
Casa Discografica:
Columbia
Genere Musicale:
Rock
Il foglio bianco è gravido di emozione e le parole spingono per uscire, accostandosi ad un capolavoro così immenso. E’ un’impresa decisamente ardua riuscire, con poche e decise frasi, a rendere giustizia a Grace: in primo luogo per l’indiscussa grandezza di un disco che si presenta in modo così delicato e al tempo stesso forte, audace; inoltre, quest’album rimane la vera opera rappresentativa di quel genio, prematuramente scomparso, che era Jeff Buckley.
Partendo dall’inzio, per meglio comprendere da dove venisse la sua naturale propensione verso la musica, occorre citare il padre Tim Buckley. Anch’egli famoso cantautore rock folk, sposò in giovane età la madre di Jeff e li abbandonò presto per la carriera. “Non l’ho mai conosciuto” dirà di lui Jeff .“Lo incontrai una volta sola, quando avevo 8 anni. Lo andammo a trovare e lui stava lavorando chiuso in camera sua, perciò non potei nemmono parlargli. E questo è tutto.” In realtà, l’amore tumultuoso e inespresso per il padre si manifestò nel 1991, infatti Jeff partecipò ad un concerto tributo in sua memoria, interpretando alcuni brani con l’accompagnamento di Gary Lucas. Del tutto ignaro del triste destino che li avrebbe, più tardi,  accomunati.
Tim  morì a solì 28 anni per un cocktail letale di alcool e droga mentre Jeff, com’è noto, per annegamento nel Wolf River a 31. Destino tragico o inconsapevole, triste “rituale” che nella morte unì due persone così distanti nella vita? Non ci è dato saperlo.
Rimane la netta sensazione che questo grande interprete avrebbe potuto regalarci ancora tanto, prima di entrare nella leggenda. Anche se, a dirla come Max Tooney nel film “La leggenda del pianista sull’oceano” (G. Tornatore – 1998) “Uno come lui non fa la fine di uno qualsiasi, non è nel suo stile”… Jeff Buckley era un bellissimo angelo rock disperato, alla costante ricerca della redenzione estrema, di un cenno da quel Padre Supremo che muove tutto a suo piacimento, rendendoci a volte spettatori di eventi incomprensibili, difficili da accettare.
“Per me la musica non può diventare routine. Il suo compito è quello di trasmettere alla gente quello che stai realmente provando, non quello che fai finta di essere. Mi è capitato di non voler più scendere dal palco, ma non sono mancate occasioni dove dopo dieci minuti avrei voluto essere altrove.” (Intervista a Jeff Buckley di G.Poglio – Tuttifrutti del 1994)
L’album si apre con una psichedelica e sensuale Mojo Pin: il desiderio, sia esso rivolto ad una persona o all’eroina, è espresso nella sua forma più primordiale e si avverte la reale dipendenza e la fisicità di un amore che fa soffrire, un risveglio dal sogno: “Sulla pelle i segni del tuo disprezzo, amore mio, dammi di più/ mandami frustate d’opinione sulla schiena, dammi di più/ bè, sei tu la persona che ho aspettato la vita per poter vedere/ sei tu la persona che ho cercato così instancabilmente..”
Il secondo brano, che dà il titolo all’album, rimarrà una delle canzoni più belle di sempre.
Impossibile dare una definizione diversa a Grace, con il suo nome di donna delicato e solenne, in cui l’intro ci preannuncia quello che ne sarà il motivo trainante: il presagio, le nubi nere e minacciose che, come il tempo, scorrono veloci sulle nostre teste e ci ricordano quanto siamo piccoli di fronte al nostro destino. E’ una spettralità che viene dallo spirito di Jeff, dalla sua tormentata interiorità, le cui emozioni confluiscono e si aggrovigliano, trascinando fino all’abbandono dei sensi; quel chiudere gli occhi insieme alla persona amata, che è la fine di tutte le sofferenze, ma è anche il sigillo di un amore che resta per sempre immutato: “E lei piange sul mio braccio/ Cammina verso le luci vivide nel dolore/ Oh, bevi un po’ di vino/ Potremmo andarcene insieme domani”.
Occorre sottolineare che il tema fondamentale dell’album è chiaramente l’amore per una donna, in questo caso la fidanzata di Jeff, l’attrice Rebecca Moore, che ne ispirò profondamente la vita e la musica.
La stessa, struggente Forget Her nacque in seguito alla rottura con lei e pertanto Jeff non volle includerla nell’album. Fu aggiunta in una riedizione postuma.
Last Goodbye fu scritta in seguito alla morte del padre della Moore ed oltre alla constatazione della fragilità umana,  porta in sè anche il dolore (forse) per la morte di Tim, un padre troppe volte immaginato e mai presente, così ardentemente desiderato da respingerne, infine,  anche solo l’unico ricordo presente.
Nell’album ci sono anche 3 cover, stravolte così delicatamente da risultare vere e proprie personali interpretazioni e, pertanto, pezzi a sè stanti: Lilac Wine di Nina Simone, Corpus Christi Carol di Benjamin Britten, ed infine l’intramontabile  Hallelujah di Leonard Cohen. Quest’ultima venne da molti definita addirittura più elegante e ricca di pathos dell’originale. Esse sono magistralmente intervallate da autentici capolavori quali So Real, Lover, You Should’ve Come Over ed Eternal Life, che attraverso atmosfere grunge e sotterranee,  accarezza l’etereo usando le corde di una chitarra. Con questo pezzo incredibile, Jeff intende renderci partecipi di una verità cruda e nuda, in modo che siamo consapevoli di avere tutti un destino più comune di quanto crediamo “Dimmi dov’è l’amore di cui ha parlato il tuo profeta/ amico, a me sembra solo una prigione per i morti viventi/ ed ho un messaggio per te ed il tuo perverso inferno/ faresti meglio a voltarti e a mandare un bacio d’addio alla vita, eterno”. Misticismo e passione, ancora una volta si mescolano affannosamente. Una prova finale di sincerità.
(Articolo pubblicato anche al seguente indirizzo: http://www.rockgarage.it/?p=427)
(Pictures by xaviermanhing.wordpress.com, butcheap.com)
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