Manic Street Preachers – The Holy Bible

Autore: Manic Street Preachers
Titolo Album:
The Holy Bible
Anno:
1994
Casa Discografica:
Epic
Genere Musicale:
Post-punk/Hard Rock
I Manic Street Preachers si formano ufficialmente nel 1986, ma solo dal 1988 in poi sono nella loro formazione e collocazione definitiva, con Bradfield alla voce e chitarra, Moore alla batteria, Wire al basso ed Edwards alla chitarra ritmica. Dopo due EP, alcuni singoli e due album in studio, Generation Terrorists e Gold Against the Soul, pubblicati ad appena un anno di distanza l’uno dall’altro, continuando su quest’onda vede la luce anche The Holy Bible, nel 1994. Oltre ad essere un autentico capolavoro, questo album coincide con la dipartita del membro principale, Rickey Edwards, vero spirito creativo della band: il musicista scompare nel febbraio 1995, lasciando l’auto in una stazione di servizio in prossimità del Severn Bridge, nel Galles sud-orientale, a seguito di alcuni internamenti presso ospedali psichiatrici. Edwards soffre infatti di distrurbi alimentari, dipendenza da alcool e depressione che culminano spesso in atti di autolesionismo. Ormai la sua situazione fisica e mentale è degenerata verso un punto di non ritorno, proprio nel bel mezzo delle registrazioni dell’album.

Il disco esce comunque ed è l’opera rappresentativa dei Manics, che provengono dalla scena rock di Cardiff (Galles), molto florida negli anni ‘90 (Stereophonics, Lostprophets, The Loves ecc.) e sono decisi a rimanere post punk mantenendo un’identità che sentono messa in discussione dal clima politico di quegli anni nel Regno Unito, parlando però sempre di politica e della sofferenza umana legata soprattutto a determinati stati mentali. I testi sono scritti quasi interamente da Edwards, che fino a quest’album rappresenta chiaramente l’anima tormentata della band, un po’ militante un po’ nichilista, talmente estrema da risultare quasi splatter. A questo proposito rimane famoso l’episodio in cui Edwards si presenta ad un’intervista per il New Musical Express con una vistosa incisione sul braccio che si era procurato con una lametta, riportante la scritta 4REAL. Un’ammissione plateale del proprio disagio, ma a modo suo anche una dichiarazione di genuinità, che da quest’album in avanti invece risulterà parecchio compromessa, in favore di uno stile meno ruvido, più ragionato e per questo da alcuni bollato come “ordinario” (più brit pop, per intenderci).
Alla presentazione dell’album i Manics si mostrano in tenuta militare e rimane appunto storica la loro apparizione a Top Of The Pops, dove eseguono la bellissima Faster, con Bradfield col passamontagna da terrorista, che riporta il suo nome scritto sulla fronte.

Tornando all’album, i testi sono fortemente critici, quasi agnostici e se la prendono con l’Imperialismo britannico, con l’America e la sua società, col Nazi-fascismo. Ma toccano temi anche più attuali come prostituzione, suicidio, infanzia difficile: il tutto condito col disagio esistenziale di Edwards, che affiora a più riprese. Il suono è rude, graffiante, quasi claustrofobico: porta con sè tutta l’ansia e la forza di una gruppo di ragazzi che vogliono urlare al mondo la propria arte ma anche il proprio pensiero.
Si parte subito con Yes che è un pugno in pancia, dove la batteria rabbiosa incalza e la chitarra insegue il ritmo quasi fuori controllo, la parole descrivono bassifondi metropolitani dove ci si vende e la dignità umana cede il passo alla perversione, in virtù del Dio denaro. Una denuncia tanto cruda da risultare davvero di difficile comprensione, per chi non abbia ben chiaro chi erano i Manics, che riporta una citazione dal documentario “Hookers, Hustlers, Pimps and Their Johns” del regista Beeban Kidron girato a New York, sulla prostituzione della grande mela, per inciso nel Bronx. Ifwhiteamericatoldthetruthforonedayit’sworldwouldfallapart, già dal titolo si presenta come un brano complesso e parte con un pezzo parlato estrapolato dallo spot di un famoso show, “Rising Tide” per poi proseguire con riff nervosi e denunce della società americana e del consumismo di cui è preda; ad un certo punto quasi impazzisce, aggredisce senza sosta fino alla fine.
La sorprendente Of Walking on Abortion è come una visione apocalittica, e si apre con l’estratto di un’intervista dello scrittore americano Hubert Selby Jr.: “I knew that someday I was gonna die. And I knew before I died. Two things would happen to me. That number one I would regret my entire life. And number two I would want to live my life over again.”… Il finale è un urlo folle e liberatorio, che lascia di ghiaccio. She is Suffering e This is Yesterday sono molto più dimessi a livello musicale, stemperando un po’ la tensione generale dell’album. Archives of Pain è un pezzo a dir poco controcorrente: parla di omicidio, ma l’intento non è nè trovare rendenzione, nè colpevolizzare nessuno. E’ un pezzo di difficile interpretazione, che sembra voler glorificare alcuni serial killers venuti alle cronache per i loro omicidi plurimi. La band ha dichiarato che in realtà si tratta di un pezzo contro la pena capitale e contro chi si arroga il diritto di sentenziare sulla vita o morte. La melodia è caratterizzata dal basso violento, come un assassino che si scaglia sulla propria vittima.
La bellissima 4st 7lb affronta il problema dell’anoressia, con un incipit tratto dal documentario “Caroline’s Story” su questo tema difficile: “I eat too much to die. And not enough to stay alive. I’m sitting in the middle waiting”. In questo brano si sente pesantemente la mano di Edwards, infatti pur parlando al femminile è chiaramente riferita a sè stesso, sofferente di gravi disturbi alimentari da anni. Si avverte la smania di catturare tutta la sua sofferenza, farla venire fuori in maniera convulsa, sputandola in faccia a tutti.
Altra menzione doverosa è per Mausoleum, che comincia con una citazione di J. G. Ballard sul perchè del suo romanzo “Crash”
(“Volevo cancellare il volto umano nel suo stesso vomito ed obbligarlo a guardarsi allo specchio”) ed insieme a The Intense Humming of Evil parla dei campi di concentramento in modo collerico e con enorme disprezzo.
In definitiva quest’album si può considerare in parte una sorta di “testamento d’arte e di vita” di Edwards, il fulcro dei contenuti dell’intero lavoro, linfa velenosa votata all’auto-distruzione e denuncia, lucido sdegno in merito a tematiche ben precise. Musicalmente, si tratta di un album che colpendo duro centra in pieno il bersaglio, lasciando segni nell’anima di chi ascolta e sconvolgendo profondamente in maniera primitiva, senza l’ausilio di eccessivi orpelli o prodezze. Sebbene nel corso degli anni seguenti il gruppo abbia cercato con grande impegno di distaccarsene almeno in parte, si può affermare che l’immagine di ciò che oggi sono i Manics, senza The Holy Bible, sarebbe molto diversa.
(Pictures by nrgm.fi stzeross-world.blogspot.com)
3
  • emptiness

    complimenti per la recensione..io sarò un pò di parte perchè sono una manicsiana ai limite dell’ossessivo ma è un album davvero..come dicono in inglese..masterpiece..FAVOLOSO.

    • tiziana tavella

      Grazie mille, emptiness. A noi piace tanto, lo riteniamo l’album più importante della produzione dei Manics, che è tutta comunque davvero notevole. E’ un grandissimo peccato che in Italia non abbiano “attecchito” a dovere…

    • http://www.musicmegaphone.com/ MusicMegaphone

      Grazie mille, emptiness. A noi piace tanto, lo riteniamo l’album più importante della produzione dei Manics, che è tutta comunque davvero notevole. E’ un grandissimo peccato che in Italia non abbiano “attecchito” a dovere…