Sanremo 2017: finora tutto bene

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Anche quest’anno il potente, chiacchieratissimo (nonchè unico) Festival della Musica Italiana sta generando i suoi frutti, che per molti corrispondono a termini quali pubblicità, visibilità, lancio di nuovi brani e conseguenti dischi: in altre parole fare business.

Questo spiega, in parte, il motivo per cui taluni artisti che normalmente non producono musica ma campano di altro (concerti revival, interviste, ospitate) vengano “riesumati” e condotti alla gogna mediatica, con tanto di polemiche e cliché cuciti addosso per l’occasione, sempre quelli ogni anno – ricordiamo tra le tante e più infelici, frasi del tipo: “Ma non era morto..?” oppure: “Quando si ritira..?” ecc. Voci alle quali non possiamo che dar ragione, in fondo. Attualizzando il discorso a Sanremo 2017, potremmo citare: Michele Zarrillo, Marco Masini, Albano, Gigi D’Alessio.

Poi ci sono, per fortuna, anche i casi positivi di artisti più giovani (o meglio conservati) come Ermal Meta, che con la sua “Vietato Morire” porta un messaggio delicato e importante o Samuel dei Subsonica, che da solista ci dimostra ancora la sua padronanza del palco e che si può risorgere, sempre e comunque, con la sua bellissima “Vedrai”.

Ciò che più sconforta, dicevo, non è tanto questo aspetto della kermesse, alla quale siamo per assuefazione già abituati. Al di là dello spettacolo mediatico, che esula completamente dal discorso musica e segue un filone parallelo producendo da sè e indipendentemente dalle canzoni in gara audience, ciò che come al solito sconforta è il livello bassissimo dei brani. Non ci si abitua mai alla bruttezza della maggioranza delle canzoni, ogni volta ferisce perchè (e non chiedetemi il motivo) le aspettative che si riversano su questa gara canora sono sempre enormi. Ma se andiamo a guardare la situazione generale della musica in Italia, dato che la maggioranza del pubblico ignora (perchè proprio se ne frega, fatto salvo che in questo preciso periodo dell’anno dove diventano tutti esperti), la realtà è che è un disastro.

E stavolta non c’entra la distinzione tra indie e non, sulla quale mi sono espressa anni fa, anche perchè ormai l’indie è da considerarsi agonizzante, se non addirittura morto. Mancano le opportunità per fare davvero musica e questo va accettato: una volta compreso che c’è un problema, si può anche pensare a come risolverlo. Un grosso limite è la SIAE, vero cancro del nostro paese, ma va detto che mancano i luoghi fisici dove fare i concerti e quei pochi che ci sono restano spesso oggetto di una legislatura inadatta e miope che non considera che i tempi cambiano e le esigenze mutano con essi. Altro grosso limite è il fatto che nessuno considera più il musicista un professionista, ma uno che si arrabatta come può perchè vuole vivere come gli pare. In realtà questa professione non è assolutamente tutelata, perchè non esiste minimamente la volontà di dare dignità a certe figure: meglio fargli fare i giullari a spese loro anche tutta la vita, anche perchè chi pensa, in Italia, è fondamentalmente pericoloso. In ultimo, ma non per importanza, c’è il problema fondamentale della stampa di settore, ormai popolata di individui frustrati o fuori dal tempo, che riversano oceani d’odio sul malcapitato di turno nel primo caso, e disattenzione totale (data dall’età che avanza) nel secondo caso.

Insomma i problemi sono molteplici ed in veste di fuitori di musica anche noi rimaniamo, purtroppo, ancorati ad una mentalità antica, che ci fa supporre che tutto sia dovuto: invece no. Non è automatico che, in un programma che costa milioni di euro e, fondamentalmente, non ci riempie le tasche nemmeno di un centesimo (anzi, attraverso il canone RAI ce le svuota pure) la qualità delle canzoni, delle esibizioni, di ciò che vediamo e sentiamo sia alta: e ne abbiamo la riprova quando ci accorgiamo che, anzi, il livello è bassissimo. Non si può pretendere che un settore in forte crisi si rianimi magicamente e allo schiocco di dita di un conduttore “tuttofare” come Conti, ricominci a vivere e a brillare: in realtà è una farsa, ma è dorata e quindi ci piace tanto. Quasi quanto i bellissimi (seppure un po’ appassiti, concedetemelo) fiori di Sanremo.

 

 

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